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La moda di genere… Quando le definizioni non servono

Se pensiamo alla giacca Chanel, i capelli tagliati a caschetto e il blazer con i bottoni dorati ci viene in mente un esempio di femminilità.

In realtà, riflettendo (grazie alla mia nonna, paziente e valente sarta) che questi capi d’abbigliamento non hanno molto di femminile.

Certo, creati da una donna per le donne, ma dovevano obbedire ad esigenze specifiche, esattamente come lunghi rettangoli di stoffa, variamente panneggiati erano i vestiti degli antichi, gli stessi che usavano per rimarcare il proprio ruolo e status.

Chanel immagina una donna che lavora, con necessità di esser comoda perciò mutua, dal guardaroba maschile, capi che costituiranno la prima vera rivoluzione del costume.

 Ma prima di arrivare a Chanel?

La differenziazione dell’abbigliamento si è palesata a partire dall’Epoca dei Comuni quando l’abito non soltanto era marcatore di genere ma anche di status sociale.

Le leggi suntuarie sono esempio di questo fenomeno, con il codice dei colori, tessuti e dettagli da indossare o altri multabili perchè oltraggio alla morale comune.

Quindi… per lungo tempo si proseguì su questa tradizione, felici e contenti, tutti belli agghindati senza “deroghe”. Figurarsi poi se, nel 1800 si poteva immaginare un cambiamento di “stile”.

È  la società che decide e definisce i ruoli.

L’uomo va a lavorare, esce, incontra gli amici (per questo motivo si dà grande importanza alla pulizia personale, marcatore di una certa “evoluzione” e savoir-faire, e contestualmente nascono le colonie maschili e addirittura i “profumi da fazzoletto”, nato in casa Guerlain), la donna sta a casa a fare l’angelo del focolare.

È già la fine del 1800 quando inizia ad uscire, incontra le amiche (mogli di amici del marito, il più delle volte) , si reca al “bon marché”( i grandi magazzini Lafayette e Selfridges nascono in questo scorcio temporale) ma sempre ben “rimpannucciata”, con i suoi corsetti strettissimi, cappelli decisamente presenti e gonne che non erano proprio adatte a “falcate sicure”.

 La Regina Vittoria poi, proprio per frenare qualsiasi intento avanguardista, istituisce qualche bella legge restrittiva sul “costume” e quindi… piume di struzzo e corsetto a parte, c’è poco da dire “rivoluzione”.

 I cannoni però iniziarono prestissimo a farsi sentire, le loro eco portarono smarrimento, spavento e il cambiamento di costume fu la sola cosa da meditare per “salvarsi”. Si, li Chanel ha il suo ruolo. Taglia i capelli, veste i pantaloni da uomo, crea il blazer perchè la donna doveva andare a lavorare, trovandosi gli uomini al fronte, e la crinolina fu (poco) affettuosamente salutata in vista di un modo di vestire più umano.

Certo, Chanel non fu la prima, Paul Poiret inventò qualche decennio prima che fosse consigliabile le gonne pantaloni…quasi nessuno o pochissimi si ricordano di questa fase perchè, spesso, alla genialità dell’idea si deve affiancare l’opportunità del tempo…e il tempo non era ancora maturo.


Poi finisce la guerra.

Si ha voglia di dimenticare i rumori, ci si chiede perchè non continuare sull’onda rivoluzionaria e i Twentiesregalano esempi di moda bellissimi che strizzano molto volentieri l’occhio a qualcosa di nuovo ma senza esagerare.

 Silhouettes di donna androgine, con pochissime forme, capelli corti, abiti che non segnano le forme fanno la parte dell’imperativo ma il bello ancora doveva venire. 1929, la grande crisi, si cerca di reagire, da parte di Jean Patou, con un profumo che evoca la gioia, “Joy” appunto, esaltando il fiore simbolo femminile esotico per eccellenza, il gelsomino… e poi?

Gli Anni ’30 vedono protagonista  Marlene Dietrich che resta una icona per la sua capacità di interpretare la sensualità fuori dagli stereotipi convenzionali. La consacrazione di questo modo di essere si vedrà compiutamente negli anni 40, basti pensare a Katherine Hepburn, che farà del suo stile, il suo logo e marchio, adottandolo anche fuori dal set…tailleur pantalone, avvitati si ma decisamente austeri… e negli stessi anni, dalla maison Piguet nasce il primo capolavoro olfattivo per mano di Germaine Cellier, Bandit…una tuberosa avvolta in un sentore di aldeidi con fondo che sa di suede…mai sentito nulla di simile prima…tuberosa e aldeidi…nome decisamente “ambiguo”…il profumo non ha più la vocazione di essere “femminile” come il già affermato Chanel n.5 o Shalimar… epoche diverse, donne diverse.  


Cinquanta e cambio direzione…  o almeno ci si prova.

Gli anni ’50 tentano una inversione di tendenza, il “maschile” si ma le gambe o le curve vanno evidenziate, l’esempio di Judy Garland fa scuola.

Anche la profumeria segue questo trend… dalle note opulente e nostalgiche di Garofano con l’Air du Temps di Nina Ricci (del 1948 ma comunque best seller degli anni 50)si passa a qualcosa di nuovo, prepara la trasformazione del decennio successivo.

 Il maestro che sovverte le regole e avvia un nuovo processo si chiama Hubert de Givechy e nel 1957 lancia il profumo “Le De” che inaugura un dialogo “tra stoffe ed essenze” .Il nome è un suffisso del francese, lancia un accordo floreale muschiato che per molti non è femminile ma è definito quasi Unisex. 

Sessanta si scoprono le gambe e …  non solo.

Gli anni 60 hanno l’imprinting con l’icona di Twiggy, si torna dunque al look androgino con completi di taglio sartoriale e caratterizzati da linee pulite ed essenziali. John Kennedy nel 1961 pronuncia un discorso che ha per protagonista la libertà e che sarà il manifesto di questo arco temporale, esattamente nello stesso tempo, Ted Lapidus crea la prima collezione “unisex”. Sono gli anni dei Beatles, della minigonna di Mary Quant, del boom economico e si concluderà con il più grande concerto che uomo ricordi : Woodstock. 

Si assiste ad una permeabilità dei modelli, e ciò si manifesta anche nella profumeria : Chant d’Aromes di Guerlain e Eau Vive, due esempi di due modi opposti di vivere “il genere”… ma se si parla di libertà… tutto è lecito. Nel frattempo, un talentuoso designer francese, formatosi alla scuola di Monsieur Dior decide che il tempo è maturo. Tessuti ben strutturati, tagli ancora una volta “androgini”, silhouettes essenziali et… voilà, Yves Saint Laurent ha creato il tuxedo da donna, qualcosa di genialmente semplice e ed essenziale che non potrà non esser perfezionato da Giorgio Armani con la sua creazione innovativa della giacca destrutturata che verrà quasi eletta a divisa delle donne in carriera.

La bellezza della completezza della collezione e della sua innovazione viene riassunta nel profumo icona prima della maison, caratterizzato per bottiglia e nome essenziale, semplicemente ARMANI : note fiorite opulente accompagnate da sentori aromatici… è tutto logico e meravigliosamente equilibrato. 

Novanta…  non c’è paura.

Gli anni 90, caratteristici per mille e una tendenza, confermano la tendenza del ogni cosa va bene e ciò si riflette perfettamente sul vestiario. Tuttavia appare una tendenza interessantissima che è quella del minimalismo di cui mirabili profeti o, forse sarebbe meglio, filosofi sono i designer del Sol Levante : Kenzo, Issey Miyake e Yohji Yamamoto. 

Assenza o quasi di forme ma presenza fondamentale di grafismi, gli unici volumi li creano le sovrapposizioni prospettiche con le variazioni cromatiche. 

Uno stile innovativo, una rottura totale con la storia precedente ma sicuramente uno sguardo molto bendisposto ad una ideologia che da adesso in poi si definirà GENDERLESS.

Quelli saranno gli stessi anni in cui verranno lanciati i vari profumi unisex, dichiaratamente tali, ci si ricorderà sicuramente di CK One e di CK be e dei vari Costume National o Comme des Garçons (tutti marchi che svilupperanno il proprio concept su linee “minimal” e assolutamente “intercambiabili”). 


E ora 2000.

E adesso?? Cosa è successo?

Possiamo dire tutto e nulla.

I colossi dell’abbigliamento di fascia media e medio-bassa insistono su questa tendenza… libertà, autonomia e grandissima self consciousness sono sicuramente le fonti di ispirazione di queste collezioni fino ad arrivare ad uno STOP, per cause indipendenti dalla volontà di alcuno, in cui gli stilisti richiamano ad una moda responsabile, senza più accumulazioni seriali e senza cambi di collezioni troppo rapidi.

 Sicuramente il 2020 è un anno che ricorderemo per molto tempo ed è probabile che torneremo ad utilizzare le camicie dei nostri mariti, fidanzati… abbiamo imparato ad essere “autonome”, adesso, forse ritorneremo ad essere “attente” e…chissà che il nuovo “genderless” del prossimo decennio non nasca proprio adesso… lo scopriremo solo vivendo… 

Questo articolo è stato scritto da: Maria Elena Iuliano

Foto: Clotilde Petrosino

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